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Biennale di Venezia 65ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica: Ermanno Olmi riceve il Leone d'Oro alla carriera.

Il premio rende omaggio a un cineasta che ha lasciato un segno profondissimo nell'invenzione del cinema moderno.
Ermanno Olmi, uomo di cinema di frontiera (geografica) ha scelto di vivere lontano dalle mode e dalle correnti modellando immagini e storie per conoscere e capire gli uomini. Il suo cinema, pervaso da un infinito stupore, esprime un'etica dello sguardo così vicino al mondo da apparire inattuale e “fuori dal tempo” e crede in una possibile continuità o mancanza di censura tra lo schermo e la vita.

Ermanno Olmi ha preferito, infatti, fin dall'inizio della sua carriera, operare ai margini della grande produzione e abbandonare le strade produttive tradizionali per solcare, nel corso della sua diversificata attività più che cinquantennale, vie tra le più originali e meno canoniche di tutto il cinema del dopoguerra, affermandosi come punto di riferimento imprescindibile per molto cinema indipendente, e diventando, al tempo stesso, maestro assoluto di rigore e libertà.
Olmi può essere considerato una delle rare personalità della storia del cinema in grado di gestire tutti gli aspetti realizzativi dei propri film (è stato di frequente, oltre che sceneggiatore e regista, anche direttore della fotografia, operatore e montatore delle sue opere) e di sperimentare frontiere sempre nuove del linguaggio cinematografico, attraverso un uso della macchina da presa spesso innovativo e mai fine a sé stesso.

Il suo uso del mezzo cinematografico, amplificatore dell'umanità propria e degli altri, si è sempre posto, indipendentemente dai diversi procedimenti stilistici scelti, al servizio dei volti dei personaggi (portatori dei segni del mondo circostante), dei loro gesti (rivelatori di valori assoluti) e dei paesaggi (espressioni altrettanto profonde delle condizioni di vita delle persone).

Raccogliendo l'eredità del neorealismo, e in particolare la lezione rosselliniana - e facendo propri stilemi di autori come Bresson, Dreyer, Resnais, Bergman, Mizoguchi - Olmi è stato capace di adattarne i principi, di elaborare una propria poetica, di sperimentare nuove modalità di costruzione e scomposizione del racconto, muovendosi con maestria in nuove e inesplorate zone di confine tra documentario e finzione, e alternando atmosfere realistiche a visioni favolistiche e fantastiche.

Partendo da vicende che hanno coinvolto direttamente il suo vissuto personale (e da racconti e ricordi della propria infanzia), Olmi ha rappresentato, come nessuno mai, la trasformazione sociale e antropologica del nostro paese a partire dal dopoguerra e il passaggio epocale dell'Italia da tempi e ritmi della civiltà contadina a quelli di un'economia industriale, con uno sguardo partecipe e discreto rivolto a fatti e parole degli umili e dei diseredati.

Con un'attenzione amorevole e compassionevole rivolta alle difficoltà di esistere all'interno di una società spesso disumana e disumanizzante, Olmi si è mosso alla costante ricerca di quei possibili spiragli in grado di spezzare azioni ripetute e alienate, e di quei frammenti di stupore e verità che sono la ricchezza della vita. Ha consegnato alla storia immagini e documenti indelebili dalla memoria collettiva e fatto rivivere con le sue pellicole valori, saperi e conoscenze che altrimenti sarebbero andati perduti.
Olmi, infatti, ha dichiarato: «Oggi quando più che mai tutto prende un carattere di violenza, mi riconosco sempre di più negli “anonimi”, intendo continuare a essere “una” voce nel dialogo generale. Un voce che nel tono e nella misura (e nella consapevolezza dei miei limiti) si pone non tra le persone colte che insegnano e propongono soluzioni, ma tra gli anonimi che cercano una risposta. Oggi il cinema è alla portata di tutti. Ma non tutti riescono a essere se stessi, a proporre con semplicità quel che sanno, a raccontare quel che costituisce la ragione stessa del discorso che si vuole tenere. Si rischia così di essere banali? La banalità mi attrae. Credo più al mistero della banalità che al clamore dei discorsi ufficiali. Quel che è autentico non è mai veramente banale».

Note biografiche
Ermanno Olmi nasce a Bergamo il 24 luglio 1931. Il padre è ferroviere e nel 1933 la famiglia si trasferisce a Milano. Trascorre l'infanzia tra il mondo operaio della periferia milanese e quello contadino della campagna bergamasca. Alla fine della guerra, viene assunto come impiegato alla Edison dove nel 1951 organizza un servizio cinematografico che documenta le grandi imprese di costruzioni idroelettriche (Olmi tornerà a girare nella Sala del Consiglio della Edison una scena del film Tickets a distanza di oltre cinquant'anni). Negli anni successivi (1953-1961) realizza una quarantina di documentari, tra i quali La diga del ghiacciaio, La pattuglia di Passo San Giacomo, Tre fili fino a Milano, Michelino 1aB (con il testo di Goffredo Parise), Manon finestra 2 e Grigio (con il testo di Pier Paolo Pasolini), Un metro lungo cinque che, in occasione della premiazione al Festival del cinema industriale di Torino, porta Rossellini ad affermare a proposito di Olmi: “questo modo di fare il cinema significa scoprire il mondo”. L'attenzione per la poesia dei gesti e dei volti della gente comune gli fornisce l'ispirazione per l'esordio nel lungometraggio di finzione, Il tempo si è fermato (1959), storia di un'amicizia tra un ragazzo di città e l'anziano guardiano di una diga nell'alta valle dell'Adamello, girato in presa diretta e con attori non professionisti. Nel 1961, alla Mostra di Venezia, vince il premio della Critica e il premio OCIC con il film Il posto (che ottiene in seguito il David di Donatello per la migliore regia e numerosi premi in festival internazionali): si raccontano le aspirazioni e le difficoltà di due ragazzi di Milano alle prese con il loro primo impiego attraverso uno stile diretto e immediato grazie all'uso della macchina a mano. Alla stesura della sceneggiatura collabora con Olmi Tullio Kezich, suo amico e socio, nonché “direttore editoriale” della casa di produzione cinematografica "22 dicembre", fondata da Olmi sempre nel 1961, che produrrà negli anni successivi diversi film di Lina Wertmüller, Eriprando Visconti e il primo film televisivo di Roberto Rossellini, L'età del ferro. Negli anni successivi Olmi dirige altre pellicole sul mondo del lavoro: I fidanzati (1963), presentato a Cannes, sulla industrializzazione del Sud da parte delle grandi imprese del Nord, dove si avvertono i primi disagi di una società trasformata troppo velocemente dal boom economico, e Un certo giorno (1968), in cui esplora l'arrivismo borghese che annienta ogni sentimento, personificato in un anziano dall'animo prosciugato. Sono opere che lo legano alla letteratura industriale di Volponi, Bianciardi e Ottieri. Al di fuori del tema del lavoro, nel 1965 dirige un omaggio alla figura di papa Giovanni XXIII, E venne un uomo, con Rod Steiger e Adolfo Celi, pellicola attenta all'uomo più che al pontefice, presentata fuori concorso a Venezia. Prosegue, senza compromessi con il mercato, la sua solitaria riflessione sulla degradazione dei rapporti umani e sul valore dei sentimenti anche nei film realizzati per la televisione di stato (I recuperanti, 1969, da un soggetto dell'amico Rigoni Stern; Durante l'estate, 1971; La circostanza, 1974, vincitore di una menzione speciale al Festival di San Sebastián).

Tra il 1967 e la metà degli anni Settanta, in collaborazione col giornalista e scrittore Corrado Stajano, Olmi realizza una serie di documentari televisivi (Don Primo Mazzolari, La fatica di leggere, Nascita di una formazione partigiana, In nome del popolo italiano), dedicati alla storia italiana nel dopoguerra. Nel 1978 L 'albero degli zoccoli, film sulla vita dei contadini bergamaschi alla fine dell'Ottocento, conquista la Palma d'Oro al Festival di Cannes, il Premio César per il miglior film straniero, il David di Donatello per il miglior film e 4 Nastri d'argento. Il film, girato in ambienti originali con attori non professionisti, è intriso da una profonda etica evangelica insieme a una forte nostalgia del passato contadino, in un continuo intrecciarsi di atmosfere realistiche e fantastiche. Nel 1976 si trasferisce con la moglie Loredana Detto e i figli Fabio, Elisabetta e Andrea, sull'Altipiano di Asiago lasciando definitivamente Milano. Il richiamo del mondo rurale e della natura ha avuto il sopravvento su quello metropolitano. Nel 1982, con Paolo Valmarana e il sostegno di altri amici della RAI, Beppe Cereda ed Emanuele Milano, avvia a Bassano del Grappa un'opportunità formativa per giovani aspiranti cineasti che si basa sull'apprendimento attraverso il fare: “Ipotesi Cinema”. Nel 1985 viene messo in onda un primo ciclo di filmati prodotti a Bassano con il titolo Di paesi, di città contenente, oltre ai titoli di autori già affermati (Brenta e Tretti), lavori di giovani registi (Archibugi, Alberti, Ciarambino, Campiotti, Formento, Gaudino, Guglielmi, Masi, Ricci, Vegro, Zaccaria, Zaccaro). Il tono fiabesco di L'albero degli zoccoli torna nell'allegoria di Camminacammina (1983), sull'episodio evangelico dei Re Magi. Sempre nel 1983 realizza Milano 83, documentario anticonformista, dedicato alla sua città d'adozione, presentato alla Mostra di Venezia fuori concorso. In questi anni gira numerosi documentari per la Rai. È del 1986 il suo esordio nella narrativa con Ragazzo della Bovisa, nato inizialmente come copione per un film, che in tono struggente e poetico narra il difficile passaggio dall'infanzia all'adolescenza di un ragazzo nei cupi anni della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1987 Ermanno Olmi torna alla regia, dopo un periodo di inattività, con Lunga vita alla signora, racconto di una difficile educazione alla vita, premiato con il Leone d'Argento a Venezia dalla giuria presieduta da Sabine Azéma. L'anno seguente dirige La leggenda del santo bevitore, con il quale conquista a Venezia il Leone d'Oro (la giuria è presieduta da Sergio Leone) e il premio Fipresci e successivamente 3 David di Donatello. Il film, sceneggiato assieme a Tullio Kezich, è la trascrizione fedele dell'omonimo racconto di Joseph Roth ed è girato a Parigi, con attori protagonisti Rutger Hauer e Anthony Quayle. Nel 1989 debutta nella regia teatrale con Piccola città di Thornton Wilder e cura l'allestimento dell'opera “Katja Kabanova” di Leos Janácek. Nel 1993 dirige Paolo Villaggio in Il segreto del bosco vecchio tratto da un racconto di Buzzati, pellicola presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia. Negli anni ‘90 torna alla Mostra per altre due volte: nel 1994 – sempre fuori concorso – con Genesi. La creazione e il diluvio, primo capitolo di un progetto di trasposizione televisiva della Bibbia, e nel 1999 con Il denaro non esiste presentato nella sezione Nuovi Territori della 56. Mostra. Un nuovo importante successo è Il mestiere delle armi (2001), presentato al Festival di Cannes. Ambientato nei primi anni del Cinquecento, narra degli ultimi giorni di vita del condottiero Giovanni dalle Bande Nere e rappresenta una riflessione su un mondo violento che prende coscienza della sua devastante ferocia. Il film ottiene 9 David di Donatello su 9 candidature. Due anni dopo, Ermanno Olmi prosegue sulla stessa strada con Cantando dietro i paraventi (pellicola che ottiene 5 candidature ai David di Donatello e il Globo d'oro della stampa straniera), in un percorso a ritroso nel tempo che ci è utile per comprendere le nostre azioni presenti. Del 2005 firma Tickets, film composto da 3 episodi diretti da Kiarostami e Loach; Olmi vi racconta un viaggio in treno durante il quale si incrociano storie di persone diverse. Nel 2007 la Fondazione Arnaldo Pomodoro presenta il film girato da Ermanno Olmi durante l'allestimento della mostra di Jannis Kounellis Atto unico. Si tratta, come ha scritto Olmi, di un piccolo "film-pedinamento", di una "risonanza di immagini che ancora persistono nella memoria come alla fine di un bellissimo viaggio". Nel 2007 esce Centochiodi, sorta di summa della sua poetica e dichiarazione d'amore per numerosi maestri e amici (da Rossellini a Bresson, da Pasolini a Piavoli, da Bergman a Kiarostami), che Olmi annuncia come il suo ultimo film di finzione, avendo deciso d'ora in avanti di tornare a dirigere solo documentari, proprio come all'inizio della sua lunga, illustre e singolare carriera.

 

 

 

 

 

 

     
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
     
 
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