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  14 dicembre 2006
Liliana Cavani incontra il pubblico a Barcellona 
La regista modenese presente a Barcellona in occasione della messa in scena al Gran Teatre del Liceu dell'opera “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini ha approfittato per incontrare il pubblico in una serata organizzata dall'Istituto Italiano di Cultura di Barcellona in collaborazione con la Filmoteca della Catalogna, la Cineteca di Bologna ed il Gran Teatre del Liceu. La serata ha avuto luogo presso la Filmoteca alle ore 21.00 circa dopo la proiezione del emblematico film (in lingua inglese sottotitolato in catalano) della regista “Il portiere di notte” (1974) con Dirk Bogarde e Charlotte Rampling.

Il film forse che piú identifica Liliana Cavani per il successo di pubblico che ebbe, successo che era del tutto inatteso, come ci racconta la celebre figura del cinema italiano, trattandosi di un film difficile, una storia cruda, girato quasi interamente in interni, che mette in evidenza la relazione patologica di un ex-ufficiale delle SS, ora portiere di un albergo, con una ex-deportata che aveva conosciuto in un lager nazista.

La regista incomincia il suo intervento lamentando il pessimo stato della pellicola che ha compromesso la visione dell'opera nella sua concezione originale dove le tonalitá fredde del verde erano sostituite da tonalitá calde del rosso. Il direttore della Filmoteca risponde allegando che la copia della pellicola era arrivata il giorno prima e che quindi era impossibile reperirne un'altra in tan poco tempo considerando che altre 4 cineteche italiane avevano denegado la pellicola proprio perché la copia in loro possesso era in cattive condizioni.

A questo punto si apre una controversa argomentazione circa la possibilità di usare un Dvd dove la qualità della visione sarebbe stata migliore ma che si scontrava con le rigide regole della Filmoteca. Insomma una sorta di diatriba dove il buon senso era negato per il rispetto di regole che volendo proteggere l'uso nella proiezione di sistemi originali dell'opera cinematografica andavano contro la possibilità che offre oggi la tecnologia di godere di migliori risultati nella visione. Il tutto con il pretesto implicito che l'opera è veramente fruibile al massimo delle sue possibilità solo se viene proiettata con sistemi tradizionali, cosa che, in questo caso, era evidente che non sarebbe potuto succedere, viste le condizioni della copia pervenuta alla Fimoteca. L'insistenza nel difendere le reciproche posizioni non ha fatto altro che acuire l'incomunicabilità della posizione pragmatica della Cavani con quella rigida e inamovibile del direttore della Filmoteca che alla fine dell'incontro conviene sulla necessità di prevedere eccezioni in casi di questo tipo.

Dopo questa prima parte la regista racconta che l'idea del film era nato in seguito ad una serie di documentari, che aveva realizzato precedentemente, dove aveva intervistato numerose deportate nei lager nazisti e dove aveva notato la difficoltà di molte di queste donne a tornare ad una vita normale. Spesso –diceva- mi imbattevo in persone che ossessivamente riportavano tutte le loro conversazioni su ciò che avevano vissuto nei campi di concentramento, in un momento in cui sia le famiglie come pure l'opinione pubblica in generale facevano di tutto per far finta di non saperne niente o quanto meno di dimenticare, di qui la necessità di rendere viva la memoria storica e di raccontare i drammi di questa epoca del secolo scorso. Ovviamente questa era il contesto degli anni in cui è stata girata la pellicola visto che poi negli anni a seguire l'argomento è stato ampliamente trattato dalla letteratura e dal cinema.

Il caso del “Portiere di Notte” non è rilevante comunque per l'argomento che tratta ma direi per la messa a fuoco di un analisi psicopatologica dei protagonisti che evidentemente non hanno superato l'esperienza tragica vissuta bensì rimangono uniti in un legame autolesionista e perverso. È da mettere in evidenza l'eccezionale interpretazione dei protagonisti che riescono a trasmettere egregiamente il senso di claustrofobia psicologica ( e non solo).

Le prime domande che aprono il dibattito, chiudendo definitivamente la polemica iniziale, centrano l'attenzione su altri aspetti del film quali la scelta degli attori, delle musiche, delle ambientazioni e soprattutto dimostrano l'interesse della comunità italiana di Barcellona all'incontro con la regista misurato dalla presenza numerosa di italiani.

La Cavani si sofferma brevemente ad osservare come il senso critico, l'impegno personale e l'onestà intellettuale sono fondamentali per scongiurare il ripetersi di situazioni drammatiche quali il nazismo, le persecuzioni o le guerre che tutt'oggi affliggono il nostro pianeta di qui la necessità e l'importanza di preservare la memoria storica indipendentemente dall'uso di parte che spesso viene fatto di questa.

Rivolge quindi un invito ai presenti a contribuire in quest'opera ciascuno con i mezzi a sua disposizione approfondendo la storia con articoli, libri e ricerche. Infatti le crudeltà commesse non sono certo frutto solo di poche persone. L'Hitler di turno può condizionare un paese solo se cresce in un “terreno preparato” dove il silenzio dei più lascia lo spazio alla volontà di pochi, la paura diffusa impedisce le rivendicazioni di massa, il senso critico viene messo a tacere da interessi particolari del momento e, la sottovalutazione della pericolosità di certi movimenti dette quel vantaggio di tempo decisivo per la culminazione della tragedia a tutti nota.

Liliana Cavani ci racconta con entusiasmo la riscoperta da parte di alcune cineteche europee del film che continua a far parlare di sé fra le giovani generazioni dopo più di trent'anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche a testimonianza dei tottora attuali canoni espressivi.

Augusto Casciani

 

 

     
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
     
 
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